Historia scriptoriarum

Gigioneggiando con i titoli di ben altri scritti mi è venuto da intitolare questa pepitucola da ridere proprio così. Il punto che mi accingo ad affrontare è: come si scrive un libro oggi e come lo si scriveva nei secoli?

Bè, come si scriva un libro in senso ampio è una cosa sottile e misteriosa… un’annosa domanda, cercando una risposta alla quale molti tentano la strada della prova in prima persona. Dopo aver tentato, in genere la stima per autori in grado di condurre una storia sensata dalla prima all’ultima parola aumenta molto… Tengo a precisare che io personalmente non ho ancora capito come funzioni il meccanismo (e ora quelli a cui non piace come  scrivo si sentiranno finalmente felici di questa amia ammissione, quelli a cui piace aggrotteranno le sopracciglia, forse, un po’ confusi o arricceranno un labbro in un mezzo sorriso) ma per questo sto ancora facendo esperimenti.

Però tornando a noi, no, quello di cui voglio parlare qui è di come, materialmente, si può scrivere un libro oggi e come lo si scriveva in passato.

Mai pensato? Bene! Immaginate il vostro scrittore tipo: eccolo lì davanti a voi. Per me sarà un ometto con la testa a pera e gli occhi espressivi ma a tratti un po’ assenti… Ebbene, qualche secolo fa il nostro scrittore si sarebbe seduto a un tavolo, con un armamentario costituito da calamo o penna d’oca, calamaio, pergamena – o simili pregevoli e costose superfici – e grattandosi il naso con la punta fluffosa della penna, pieno di buone intenzioni, avrebbe cercato di decidere come cominciare.

‘Uhm… vediamo….’ avrebbe pensato l’ometto dalla testa a pera, ‘l’inizio è sempre così complicato…’ e trattenendo uno starnuto, causato dal solletico che la penna faceva al suo grosso naso bitorzoluto, avrebbe cominciato a grattare con il suo bastoncino appuntito sulla superficie scabra del foglio. Una cosa da brividi… scrib, scrib, scrrrrib

A quel punto se non avesse avuto qualcuno che gli diceva di smetterla di perdere tempo a quel tavolino per andare a spaccare un po’ di legna che era freddo, sarebbe riuscito forse a concentrarsi e a partorire qualche frase… Ora, all’epoca indefinita di cui parliamo, lo scrittore era particolarmente stoico: se agitando la sua penna piumata riusciva a trattenere a lungo uno starnuto forse finiva qualche frase, ma se starnutiva poteva rischiare di gocciolare con l’inchiostro sul foglio, cancellando per metà la sua somma fatica oppure, ancor peggio, di rovesciare il calamaio.

In entrambi i casi doveva ricominciare da capo e solo dopo aver grattato via lo strato su cui aveva scritto stando attento a non strappare tutto. Naturale che dopo innumerevoli simili operazioni si trovasse a scrivere su una sorta di carta velina, ragion per cui moltissime opere stupende di autori che limavano molto il testo non ci sono, ohimè, giunte (perché troppo delicate).

Tenete conto, inoltre, che il nostro scrittore tipo era ancor più stoico perché sedeva al freddo per lunghe ore, immobile, con abiti troppo leggeri o pieni di ‘spifferi’, in una stanza probabilmente fumosa a causa di un fuoco in un caminetto (peggio se non c’era alcun falò) o con una misera candela sgocciolante che non illuminava poi molto. Ma forse scriveva solo nelle luminose giornate d’estate. 😉

Bè, comunque… in realtà prima ancora della pergamena o della cartapecora con annessi e connessi, c’erano tavolette ricoperte di cera su cui si prendevano appunti… in quel caso immaginate una storia di 300 pagine… vi sarebbe servita una stanza per stivarla. Comunque, se l’omino con la testa a pera e l’aria sognante avesse avuto mani calde e sudaticce avrebbe perduto metà della sua opera d’arte già mentre la scriveva. Avrebbe potuto usare terracotta invece di cera, certo, ma avrebbe dovuto poi cuocere con attenzione la tavoletta, magari che conteneva la poesia da inviare all’amata (se ella sapeva leggere, altrimenti avrebbe fatto una bella figura ma poi avrebbe dovuto leggerle personalmente la missiva e quindi forse avrebbe fatto meglio a parlarle direttamente…), e stare attenti che non gli cadesse, altrimenti avrebbe avuto tritoli di una bellissima dimenticata poesia… soprattutto se come Henry Jones Sr. avesse appuntato tutto proprio per non doverlo tenere a mente…

Dunque, se riprendiamo il corso della storia, dopo le penne d’oca potremmo saltare ai pennini, ne avete mai usati? Ebbene, se qualcuno di voi ama la calligrafia saprà che i pennini bucano con estrema facilità i fogli, per non dire di altre avventure che il pregevole scrittore avrebbe dovuto affrontare e che a quel punto diventava calvo assai presto, strappandosi i capelli tanto spesso a causa del numero di volte in cui, vuoi per un buco nel foglio, vuoi per una macchia, vuoi per qualche altra ragione, era costretto a ricominciare daccapo a stendere il conteggio delle merci imbarcate e, contemporaneamente cercava di appuntarsi le cose da scrivere in una storia di marinai e giovani fanciulle più o meno coraggiose…

Tra il rollio della nave, le lampade e i giorni di tempesta vi lascio immaginare quanto fosse facile combinare dei disastri e trovarsi macchiati d’inchiostro di china dalla testa ai piedi, tanto da sembrare uno dei dalmata della Carica dei 101!

Anche ai tempi della macchina da scrivere però il nostro scrittore dalla testa a pera ormai anche calvo, non si trovava così tanto meglio… se lavorava da solo spesso la pagina era da riscrivere, piena com’era di correzioni, per non dire di quante volte il dito gli finiva incastrato tra i tasti, ma se trovava una bella segretaria disposta a battere per lui sotto dettatura (o a stenografare) poteva diventare una cosa persino peggiore!

“Come chiunque possa comporre una storia oralmente, faccia a faccia con una segretaria dall’aria annoiata con in mano un taccuino va al di là della mia immaginazione. Eppure molti autori non ci pensano due volte a dire: «Pronta signorina Spelvin? Scriva sotto dettatura. Aperte virgolette No virgola Lord Jasper Murgatroyd virgola chiuse virgolette disse no, meglio sibilò Evangeline virgola aperte virgolette non la sposerei se lei fosse l’ultimo uomo sulla faccia della terra chiuse virgolette punto e a capo[…]” Prefazione in Grazie, Jeeves  di P.G. Wodehouse, Polillo Ed.

Ancor peggio sarebbe dettare a un registratore e poi dover sbobinare ventitremila file di correzioni resistendo alla tentazione di inserirne altre…

In tutti i casi però il mio scrittore tipo, sempre lui, con la testa a pera e lo sguardo sognante, si sarebbe procurato una serie di scomodi guai, compreso il mal di schiena dello star seduto tante ore. Ma quello ce lo procuriamo anche oggi… anche se al pc, caspita, non c’è paragone!

Per dirne qualcuna… niente inchiostro sulle mani, niente penna d’oca che ti solletica il naso, impaginazione automatica che aggiusta tutto da sé anche se si cambia una sola parola in un documento di 2634 pagine… insomma, oggi è materialmente molto più facile fare lo scrittore. Bè, naturalmente  ci sono sempre certi problemi, come il dover stare col sedere davanti al computer per ore e ore ad arrovellarsi, ma molti altri ce li risparmiamo, ad esempio non dobbiamo grattare la pergamena se abbiamo sbagliato parola e la poca luce delle candele non ci irrita gli occhi.

In un futuro non troppo lontano forse avremo un transcriber come Arcadia Darrel (anche se a me dettare alla signorina Spelvin, seppure elettronica o meccanica, non piace per nulla) e poi alla fine non dovremo neppure più dettare perché un sensore impiantato sotto la cute interpreterà direttamente i nostri pensieri, rovesciandoli in una memoria (o qualsiasi cosa ci sarà all’epoca) e si potranno scrivere libri anche facendo footing. Magari ci porteremo dietro un droide segretario che abbia a disposizione  i dizionari di tutte le lingue possibili anche quelle morte da così tanto che nessuno le ricorda più, e compreso quello etimologico. E sarà lui a riordinare le nostre memorie e a correggerle… Anche allora però servirà tanta pazienza…

Ehi, un attimo, però! Divertente… posso averlo anch’io uno di questi droidi?


9 thoughts on “Historia scriptoriarum

  1. L’idea di un tizio che fruga nei miei pensieri non mi piace molto.. anzi, non mi piace affatto. *assume un’aria imbronciata*. Ma c’è da dire che io rabbrividisco anche all’idea degli e-book.. (e poi dicono di noi giovini della nuova generazione, tutti pappa e ciccia con i propri strumenti high-qualcosa-virtuali. Devo far loro conoscere qualche giovine che ho in classe io, poi mi dicono..).
    Comunque, mi hai illuminato: non avevo mai pensato che qualcuno dettasse ad una segretaria o che si potesse fare. Ora devo solo andare in cucina a recuperare mia sorella (fa solo la prima elementare, ma per gli errori grammaticali c’è quella più grande che può fungere da correttrice bozze), comunque: le do il pc, comincio a parlare a macchinetta.. ed io gioco è fatto! *gongola*
    Miki, che brillanti idee!!

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  2. …mi ricorda molto i monaci amanuensi (tipo nel Nome della Rosa) chini a fare copie delle opere degne.
    E pronti ad avvelenare quelle indegne.. 🙂
    Ovviamente questo è il lato postproduzione, ma senza di loro le opere del buffo ometto forse non sarebbero arrivate ai posteri!

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  3. Io non mi immmagino con uno strano aggego che fruga tra i miei pensieri 😦 oppure una segretaria che a qui le devo dettare tutto 😦 pero hai rggione Miki che il pc e una grade invenzione 🙂 niente macchie da dalmata, niente grattarvia, niente starnuti e noi fans possiamo mandarti delle lettere 🙂
    invece il tizio con la faccia a pera mi ricorda un antico filosofo greco 🙂

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  4. @Mimmi&Dragologo: Ma non c’è nessuno che fruga nei pensieri… il chip sottocutaneo serve solo come memoria esterna dove riversare il libro mentre lo si pensa. Poi si appioppa il malloppo al droide segretario. 😀 Certo che se il chip viene manomesso da qualcuno che sa quello che fa… ma il futuro è pieno di cose meravigliose eanche pericolose! Rientra nell’ordine delle cose, no?
    Comunque, Mimmi, tu hai già una casa editrice in casa… sai quanto lavoro futuro ti risparmi!!!

    @Aramis: a quanto mi ricordo mi fu anche detto che alcuni copiavano ‘correggendo’ il testo originale laddove per l’epoca era poco politically correct. Comunque sì, il lavoro del monaco era ‘postproduzione’, infatti perdevano anche tempo (si fa per dire) con la grafica! 😉

    @Giada: Già, a me piace pensare che siamo adesso nel futuro perchè (e ora cito me stessa in un pezzetto del II libro della scacchiera) quello che decidiamo oggi influenza ciò che sarà il domani.

    @Valberici: Non sai quanti ce ne sono già (o dovrei dire ancora adesso…) ‘modello Dumas’ addicted!!! 😀

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  5. Sono molto contento che tu possa scrivere con un pc (o con un Mac), perché altrimenti avresti dovuto avere anche tu una testa a pera e un naso bitorzoluto, che non ti sarebbero stati affatto bene…

    Penso che l’attuale interesse per gli e-book possa portare qualche miglioramento anche agli scrittori. Se hanno scoperto che per un lettore è meglio avere uno schermo non retroilluminato per non affaticare troppo gli occhi, probabilmente anche gli scrittori potranno, un giorno, averne uno simile e risparmiarsi un po’ la vista.
    E poi chissà, magari ci penseranno anche per noi impiegati al videoterminale…

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  6. In effetti quando la tecnologia avanza per una cosa poi i vantaggi passano a tutto quello che c’è collegato… vedi cos’è successo con il velcro (anche se in ufficio non è che serva a molto)!

    Io continuerò a preferire il cartaceo per i libri finchè non ci saranno oggetti in grado di non spegnersi sul più bello perchè hanno finito la carica dopo 32 ore di lettura consecutiva e che non peseranno praticamente nulla, non si sciuperanno se li picchio da qualche parte o li piego… e magari mi faranno anche il caffè 😉 Nonostante ciò mi fa piacere vedere che i miei primi 4 libercoli esistono anche in versione e-book! D’altronde la carta la posso leggere anche sotto l’ombrellone o sotto un castagno, l’e-book in treno magari è più comodo, quindi come dicono i croupier: fate la vostra scelta!

    PS: Ma come… ti sei dimenticato la calvizie incipiente (questa dovuta al lavoro)… che dici, mi starebbe bene, no? Naturalmente insieme alla faccia a pera e il naso bitorzoluto! 😀

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