Storie Postprandiali – n.1

Prologo: …dunque, se volete accusare qualcuno dell’esistenza di questo Racconto dell’Assurdo, il quale è anche appartenente alle lodevoli categorie del Panegirico della Sciocchezza, Isotopo del Buffo e Caricatura dell’Horror… potete senza dubbio accusare la sottoscritta, che lo scrisse in una decina di minuti di follia, durante la pausa pranzo ai tempi dell’Università, mentre, in realtà, preparava la tesi. D’altronde era qualcosa che serviva per sorridere dell’Università e dei suoi Laboratori in cui passavamo molto del nostro tempo e a cui era (molto liberamente) ispirato…

Tuttavia se vi accingete ad accusare me per l’averlo scribacchiato procurandovi orribil raccapriccio, dovrete parimenti accusare anche una certa pulzella, conosciuta allora col moschietteresco nome di Aramis, che tutt’oggi bazzica qui e là in questo blog con identico nomignolo e che era compagna di sventura nello stesso ateneo, sopportava le mie sciocchezze e divideva con me lo stesso tavolino del pranzo (misera lei!)… ma soprattutto che collaborò a cotanta storia e si ostinò, ai tempi, a raccogliere e conservare questi scritti, i quali altrimenti avrebbero conosciuto meritatamente il pregevole Cestino dell’Immondizia.

Ciò solo per dirvi come nacque in effetti l’Orrida e Terrificante (si fa per dire) Historia dell’Ingegner Morte conosciuta anche come la Mirabile Vicenda dell’Estintore Multiuso.

A ulteriore giustificazione addurrò il fatto che avevamo condiviso insieme come impavidi ingegner-moschettieri, gli stessi spifferi lungo i corridoi, gli stessi scricchiolii nefasti, gli stessi distributori inceppati e le stesse tubature intasate… cosa che probabilmente obnubilava il nostro cervello e che non influenzerà il vostro. Siate quindi pazienti se vi opprimo con cotal storia a puntate. E ve ne prego, che i deboli di cuore non procedano oltre nella raccapricciante lettura che qui segue…

***

L’Orrida e Terrificante Historia dell’Ingegner Morte – Prima Puntata

 (versione riveduta et corretta)

 L’aria era resa oleosa dal caldo torrido di quei giorni di fine giugno. Violetta Violenta sbuffò e guardò con aria meditabonda il condizionatore guasto; era appena arrivata in laboratorio ed aveva acceso i dodici computer che le servivano per le sue ricerche. L’aria nella piccola stanza era già anossica così si decise ad aprire la finestra prima di mettersi seduta e cominciare a lavorare e proprio in quell’istante un rumore gracchiante si levò alle sue spalle. Violetta si volse ma non c’era nulla d’insolito e così gettò un’occhiata al suo piccì preferito, Pipino, per osservare la schermata già colma di dati.

Trascorse solo qualche istante ed il rumore si ripeté, più forte, come se qualcuno stesse grattando su una lavagna con le unghie. Un brivido gelato le percorse la schiena e Violetta si voltò piano, di nuovo; una caligine grigiognola si levava dalla presa della corrente e saliva, in volute argentee, muovendosi verso di lei come se fosse dotata di volontà propria. Quasi fosse viva!

Violetta pensò che Petronilla, il terzo computer da destra alle sue spalle, avesse preso fuoco, così con un indomito fermo coraggio, la fanciulla corse fuori, staccò l’estintore dalla parete rischiando un’ernia al disco(Violetta era piccola e minuta nonché leggiadra come tutte le eroine che si rispettino) e rientrò di corsa nell’umido laboratorio. Ma, ohibò, l’aria era tornata limpida(anche se era ancora anossica) e nella stanza c’era adesso un uomo che le dava le spalle, guardando fuori dalla finestra. Era un individuo magro e allampanato, leggermente curvo su se stesso, pallido come la morte e a cui i vestiti ingrigiti e lisi penzolavano tristemente addosso.

—Buongiorno—  disse Violetta con aria interrogativa. “E chi cavolo era quello lì?”, pensò incuriosita e un po’ seccata.

Lo sconosciuto si voltò lentamente, ruotando su se stesso e fissò lo sguardo su di lei. Aveva gli occhi gonfi e iniettati di sangue, la pelle vagamente itterica e desquamata e i capelli lisci e lunghi, grigi come lo smog.

Nei suoi occhi bitorzoluti v’era una strana espressione, come s’egli aspettasse qualcosa e non appena l’ebbe ben osservata, un ghigno si dipinse sul suo volto distrutto. Violetta gli domandò: —Posso aiutarla?

L’uomo si mosse verso di lei con un guizzo fulmineo e, senz’altro suono, l’estintore rovinò a terra!

[continua…]


6 thoughts on “Storie Postprandiali – n.1

  1. Ottimo, mi piacciono le storie e le historie 🙂
    Eppoi ci sono dodici computer, e sicuramente sono un cluster…quindi c’è anche uno dei miei eroi preferiti: Beowulf. 😀

    E dopo questa orrida e terrificante battuta, che se la capiscono in due è già molto, mi ritiro e aspetto impazientemente il seguito 😉

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  2. Dimmi che non c’entrano in vampiri. Ti chiedo solo questo minuto favore. Puoi metterci dentro di tutto: licantropi, mostri a tre teste, streghe, incubini (come sono carini!), orsi polari ecc. ma NON vampiri (e con questo ci concluse il delirio di una povera ragazza, la cui infanzia fu rovinata da Twilight). 🙂
    Comunque, la pausa pranzo fa chic.. io mi limito alle ore di storia dell’arte e, strano a dirlo, pure io dovrei ringraziare qualche paziente compagna..
    p.s. Aspetto il seguito!

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  3. Che bei ricordi….e che utopistica ricercatrice…12 computer a sua disposizione!! A me ne è spettato mezzo 😉
    In memoria dei bei tempi passati mi prenderò uno sturalavandini (pardon, thè) alle macchinette della stazione!

    @ Mimmi: NON ci sono vampiri! 🙂

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  4. @Aramis: Sì! E io un computer che si piantava ogni due per tre… sigh sob… ma ai tempi si sognavano molti più mezzi… per l’esplorazione di strani, nuovi mondi… ehm…
    Un momento, credevo che il tè alla sapone per piatti al limone ci fosse solo all’università! Si è diffuso come una malattia mortale…?

    @Mimmi: tranquilla, come dice Aramis, che lo sa bene, non ci sono vampiri!!!

    @Val: Hahaha! Una battuta orrorifica come il raccontino, neh! 😀

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  5. Questo racconto è terrificante, non riesco a sopportare la tensione che genera in me e sono sconvolto dai tremiti… mi sembra di essere catapultato ancora una volta nei sotterranei del Politecnico di Torino, in un antro oscuro di inenarrabili sofferenze, che un antico acronimo ormai perduto aveva nominato inspiegabilmente L.A.D.I.S.P.E. … Ricordo ancora l’Iscrizione che ne dominava la volta d’ingresso, come monito irrevocabile: “I Periti Pantropi e Invadenti Verranno Ostracizzati”.

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