Fantasy e linguaggio

E rieccomi a tentare di misurarmi con l’imponente e complesso argomento ‘fantasy’… Dopo aver trattato di magia, personaggi e mondi non potevo che affrontare un tema decisamente difficile e controverso da trattare nell’ambito del fantastico. Quello del linguaggio.

Detto ciò, potreste supporre che io intenda parlare del linguaggio del narratore e quindi del linguaggio del libro, ma potreste anche supporre che voglia parlare delle lingue delle popolazioni fantastiche.

Ecco, in effetti vorrei sprecare qualche parola su entrambi gli argomenti.

Nel primo caso, a mio parere, il discorso vale per ogni genere. Il linguaggio in cui si sviluppa la narrazione è proprio di ciascun libro più ancora che di ciascun autore… e spessissimo è la storia che esige di essere narrata con un certo lessico. In genere esso sarà più complesso e più difficile se la storia è più complessa e difficile e sarà più semplice e diretto se la storia è più semplice e diretta. Quindi saranno argomenti trattati e linguaggio (che ne è diretta conseguenza) a indirizzare un lavoro ad un pubblico piuttosto che ad un altro. Avremo così libri (anche fantasy) per bambini, per ragazzi o per tutti, insomma.

Ora, vero è che ci sia chi pensa che si possa riportare ogni storia per ogni tipo di pubblico, scegliendo di togliere qualcosa per presentarlo a dei ragazzi, oppure, viceversa, che basti aggiungere qualche dettaglio per poter presentare un lavoro a un pubblico adulto. Ma come ho avuto già occasione di dire, a mio parere questo è un errore. Una storia appartiene, sin dall’inizio, ad un certo pubblico.  Ragazzi & adulti oppure soltanto adulti. Fondamentalmente la cosa si riassumerà in un nucleo abitato da caratteri che saranno comprensibili a tutti oppure che risulteranno troppo ostici per un pubblico giovane o giovanissimo (perché resto dell’opinione che non ci sia ‘limite superiore’, per dirla alla matematica).

Se l’autore rispetta la storia quindi, essa resterà diretta a quel pubblico. E ogni libro avrà il suo linguaggio. Potrei fare moltissimi esempi in merito, ma per non ricorrere a 5800 citazioni diverse che coinvolgano autori di ogni provenienza e di ogni tempo, per un discorso più rapido e generico, mi auto prenderò come riferimento… ehm…

In effetti, nonostante si senta che l’autore della serie di Cornelia è lo stesso della Scacchiera, il linguaggio usato nelle due storie e nelle due ambientazioni è diverso. Se leggeste le altre storie inedite che mi sono divertita a scrivere nel frattempo, scoprireste che la fantascienza ha (come ovvio) un altro linguaggio e il fantasy classico un altro ancora… ciò per restare sempre in ambito fantastico. Per non dire di… bè, ma di questo è meglio che non dica nulla, ancora! 😀

Tornando al punto della questione, in ogni serie o in ogni semplice storia mi piace ritrovare un certo linguaggio, come ritrovo certi personaggi. Quei personaggi, come pure l’ambiente, sono definiti dalle parole che scelgo per tratteggiare luoghi e personalità. O che non scelgo… e quelle parole saranno proprie di ciascuna storia, con le sue diversità.

Eliminato quindi il problema del linguaggio tenuto dal narratore per raccontare una qualsiasi storia, in campo fantasy resta l’altra questione: quella del linguaggio fantastico parlato dai popoli di una terra lontana e sconosciuta.

Ora, se possibile, questo argomento è ancora più spinoso. Spinoso perché non ci sono molti esperti di filologia e linguistica tra noi e quindi è abbastanza ovvia la difficoltà che si ha nell’inventare lingue (nel limite del possibile) ed essere coerenti (nel limite del possibile). Una lingua che viene usata, infatti, è una cosa viva: come l’italiano, avrà avuto un passato, ha un presente e avrà un futuro.

Inventare un mondo alternativo, dunque, non può prescindere dall’invenzione di una lingua. Almeno di qualche rudimento elementare.

Bè, si può farne a meno, ovviamente, se tutto si svolge nello stesso ‘posto’, come se prendessimo un clone di Roma antica o una sorta di gigantesca Ankh-Morpok dove si parla approssimativamente una sola lingua perché, da qualunque posto venga un visitatore, imparerà presto il latino o il ‘morpokiano’(!), come pure se prendiamo un bosco o un villaggio e restiamo entro certi confini perché in quel caso è ragionevole pensare che tutti parleranno più o meno la stessa lingua. Ma visto che di norma il viaggio nel fantastico non è solo interiore ma anche fisico, servirà almeno un’altra lingua rispetto a quella di narrazione se si conoscerà una popolazione diversa da quella del protagonista e ne occorreranno di più se le popolazioni che lui/lei incontra sono più numerose.

Ovvio che il problema non è di piccola entità! Un testo fantasy può essere accurato ma non deve essere pedante; nessuno glielo perdonerebbe. Non si possono inserire tante lingue e perdere cinquanta pagine ogni volta a spiegare cosa dicono i protagonisti… sarebbe impossibile. E quindi la difficoltà esiste.

Si può risolverla con diversi stratagemmi, anche a seconda del pubblico al quale la storia è principalmente tesa. Dei ragazzi prenderanno in considerazione volentieri un alfabeto diverso dal proprio (quasi fosse una sorta di codice segreto) come le rune naniche de Lo Hobbit, ma difficilmente apprezzeranno problemi filologici e analogie tra lingue antiche e moderne.

Si potrà risolvere in modi diversi, quindi, ma non ignorare il problema.

Tornando a me: per chi ha letto di loro, il giorno in cui Cornelia &Co. dovessero entrare nella Valle Nascosta, che è rimasta isolata dal nostro mondo per anni (ma alcune sue parti anche per secoli), troverebbero che non tutti i Fatati parlano esattamente la lingua dei nostri ragazzi come Petra e gli Astruc (che vivevano più vicini alla Porta e per i quali, per comodità, non ho affrontato il problema, neppure inserendo una diversità di accenti). Anche considerando la presenza di possibili incantesimi e capacità ‘diverse’ degli abitanti della Valle, l’argomento ‘lingue’ non potrebbe essere sottovalutato. E stiamo parlando di narrativa per ragazzi.

Chi ha letto la Scacchiera Nera, invece, diretta a un pubblico un po’ più grandicello, si è trovato davanti ad una soluzione… insolita. O quantomeno mi è stato detto che così appariva… in effetti il disgustoso e verdognolo Infuso del Viaggiatore (bevendo il quale i protagonisti comprendono altre lingue e si fanno comprendere pur continuando a parlare la propria) è stata una necessità pressante. Prima di tutto, infatti, i protagonisti erano di diverse nazionalità, quindi avrebbero dovuto capirsi tra loro ed era improbabile che fossero esperti multilingue alla loro età (anche considerando i personaggi-pedina che ancora devono entrare in gioco ;-)). E poi, certo, potevo ricorrere all’inglese come una sorta di galattico standard ma sarebbe rimasto comunque l’altro problema. Quello del Mondo della Scacchiera! Separato dal nostro da tempi antichissimi, esso doveva aver sviluppato idiomi propri, partendo da un ceppo comune, sicuramente, ma che poi doveva essersi distinto. Il rischio quindi, seguendo la totale plausibilità, era di perdere il conto dei problemi di comprensione tra protagonisti, coprotagonisti, aiutanti e avversari. Rendendo impossibile gestire la storia.

E così, non parlando mai di magia in senso stretto (eccetto che per la vecchia Uri), ho tentato di risolvere con un escamotage. Un trucchetto tollerabile, tutto sommato, che rendesse tutto leggibile senza indurre allo sbadiglio cronico…

Se vogliamo riferirci ad un fantasy  più classico, però, dobbiamo per forza allontanarci da questi sistemi.

Il mondo che si ritrae come chiuso in una realtà a parte, in una Goccia d’Acqua come pure in un Universo Parallelo, senza infiltrazioni dalla ‘nostra’ realtà, deve essere autosufficiente e plausibile anche nei suoi aspetti più folli. Compresi quelli linguistici. Occorrerà dunque considerare che i diversi popoli che incontriamo hanno diverse lingue o dialetti e dovremo supporre che, abitualmente, avendo rapporti tra loro, in quelle popolazioni ci sia qualcuno che conosce le altre lingue oltre alla propria. E che potrà fungere da intermediario e interprete.

I vecchi idiomi saranno magari più complessi e più particolareggiati mentre i nuovi tenderanno forse a comprendere parole l’uno dell’altro… ma in ogni caso, qualsiasi regola e qualsiasi evoluzione scegliamo, ci occorreranno protagonisti che conoscano questo e quello. Magari sarà perché hanno viaggiato molto, magari saranno molto istruiti. Magari esisterà un nostro galattico standard fantasy. Magari si useranno certi incantesimi miracolosi, o forse, beati loro, avremo protagonisti sfacciatamente fortunati che s’imbatteranno solo in gente che sa parlare la loro lingua… 😛 ! Insomma, chi più ne ha più ne metta. Ma il numero di personaggi che per farsi capire usano gesti e versi inarticolati è da dosare accuratamente ed è… piuttosto limitato!

Se è vero, dunque, che il problema lingua non può pesare su chi legge, deve pesare su chi scrive. La necessità che secondo me è irrinunciabile, infatti, resta quella di far filtrare una cura particolare dei linguaggi attraverso cose che normalmente vengono affrontate e proposte a chi legge il racconto. Nomi di luoghi, di protagonisti, ad esempio. Sonorità diverse, e non necessariamente ‘esotiche’. Abbiamo dimenticato forse che il cognome Acciaioli, che ora usiamo come semplice etichetta, risale ai tempi in cui quella famiglia fabbricava armi… che Smith significa fabbro e così via? Ebbene ci potremo far aiutare da nomi, leggende locali e così via, differenti a seconda di luoghi e popoli.

Difficile? Già. Non sapete quanto! O magari sì, lo sapete, e potete capire perfettamente il mio punto di vista anche se forse non lo condividete.

Difficile ma… indispensabile. Lingue antiche o semplicemente diverse devono far capolino attraverso le righe della storia. Ne sono parte essenziale. Tralasciarle fa perdere spessore al mondo che si descrive, inesistente o meno non importa. Nessuno dice, per carità, che si debbano raggiungere i vertici di Tolkien col suo elfico e con la lingua nanesca, ma occorre almeno tentare di dare la sensazione tangibile di un’esistenza di quella terra prima che noi la vedessimo attraverso il libro; di una sua persistenza indipendente da noi mentre leggiamo la sua storia, ma anche suggerire che esisterà ancora tra cento e mille anni e che sarà cambiata.

Come sono cambiati i popoli che la abitano e… le lingue che parlano.

😀 😀 😀

Alla prossima!


6 thoughts on “Fantasy e linguaggio

  1. E’ veramente impressionante il numero di ragionamenti che stanno dietro ad un libro, e soprattutto il fatto che possono anche non venire notati, a volte, tanto è poco lo spazio che si prendono. Lo so che è una cosa già detta.. ma ogni volta sento il bisogno di ripeterla. 🙂
    Per quanto hai scritto, il discorso fila e non ci vedo grinze, ma mi sono venute in mente due domande che, col tuo permesso, ti esporrò.
    1) Secondo te una lingua “fantastica”, quindi di pura invenzione, potrebbe però prendere spunto da qualche lingua esistente, magari una lingua morta come il greco (antico)? Ad esempio, Cristopher Paolini, nelle note in fondo a “Brisingr” (mi sembra), dice di aver inserito alcuni rimandi ad un lingua già esistente, oppure Stefano Benni, che in alcuni suoi nomi inserisce il greco o il latino. Ecco, cosa ne pensi al riguardo?
    2)Eventualità: il nostro eroe finisce nella foresta degli elfi, dove tutte queste creature parlano in una lingua a lui sconosciuta. Ciò che gli elfi dicono sarà quindi in questa “lingua sconosciuta ed incomprensibile”. Mano a mano, però, il nostro eroe conoscerà gli elfi ecc., imparando di conseguenza la loro lingua. Mettiamo caso che la lingua degli elfi sia molto antica, dovremo “tradurla in un italiano un po’ aulico”?
    Queste sono sostanzialmente le mie due principali curiosità (scusa se ogni volta faccio commenti così lunghi, ma sono piuttosto logorroica).

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  2. Quando ancora il fantasy era un genere emergente e richiedeva una spiegazione pseudo fantascientifica, tipo il mondo parallelo, di solito l’escamotage era questo:
    “Mi accorsi che le persone intorno a me non stavano parlando inglese… eppure le capivo! E mi accorsi anche che anche io non stavo più parlando inglese, la mia mente si adattava all’universo che mi circondava…”
    Firulì firulà e chi s’è visto s’è visto !!! 😀
    Gli esempi sono innumerevoli, Sprague-De Camp con Harold Shea, Gordon Dickson con il drago e il george, Poul Anderson con tre cuori e tre leoni…
    C’è poi chi glissa e alla fine va bene lo stesso. Eddings fa parlare la stessa lingua in due continenti, ma tanto dietro ci sono gli dei…
    Un’autrice che si è posta il problema sul serio è Cecilia Randazzo con i suoi Hyperversum, dove i personaggi (a parte Superman-Ian) hanno seri problemi con la lingua e piano piano imparano con fatica.

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  3. @Incantatore: Già… firulì firulà!!! 😆 E poi che problema è la lingua in continenti/mondi diversi? Tutti oggigiorno hanno il traduttore universale impiantato in un chip nel mesencefalo! AH!
    Il fatto è, come dicevo, che a volte il problema lingua rischia di essere troppo pesante, quindi non viene affrontato… diciamo che è a discrezione dell’autore…
    Ehi, bè, in realtà l’Infuso del Viaggiatore è più o meno una roba simile a quella della ‘tua’ spiegazione pseudoscientifica… Firulì, firulà! 😀

    @Mimmi: In realtà tutti i ragionamenti che stanno dietro a un libro non dovrebbero vedersi… io sto solo cercando di parlare in generale, per mostrare che un libro, anche fantastico, necessita sempre di una complessa lavorazione, qualsiasi sia la strada e le soluzioni che poi si scelgono. A gusto dello scrittore! 😀
    Per le tue domande ‘specialistiche’ ti dirò… può somigliare a quello che vuoi: una lingua ‘ispirata a’ è inventata, fondamentalmente! Se però vuoi fare riferimenti diretti occorre che tu abbia un legame di qualche genere con la lingua di partenza (il greco antico, per seguire il tuo esempio) per cui devi trovare il modo di spiegare quel legame.
    Nel caso della lingua elfica, la scelta di come tradurla è comunque a tua discrezione. Da parte mia posso solo fare un’osservazione: quando impari una lingua (antica, moderna ecc ecc) impari i concetti fondamentali e il modo di esporli, quindi, che so ‘cibo’, ‘acqua’ e così via per poi specializzarti e costruire frasi. Se ti dicono che ‘ho fame’ si dice in un certo modo e tu impari, allora va perduta, per te, la traccia antica del linguaggio… mmmm…. mi sarò spiegata? Vedrai la differenza tra la tua lingua e quella che stai imparando ma potrebbero non essere direttamente confrontabili… Insomma, non è necessario che tu traduca in modo aulico, poi se ti piace di più…

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  4. Wow.. Miki, nel mio libro fantasy le lingue che si parlano nel paese nel quale va a finire la mia protagonista,sono tutte custodite nel cuore di Draghonya,che è rinchiuso dentro ad una certa cosa che possiede Aghony (la mia protagonista)
    Un po’ complicato eh? Nel libro lo spiegherò più accuratamente,è chiaro…
    Dico solo rinchiuso dentro ad una certa cosa perché sono faccende del mio libro,e non me la sento di dirle davanti a tutti…scusa.
    Ma se vuoi posso dirtelo attraverso la posta elettronica,se vuoi eh? Non ti obbligo mica…
    cmq grazie di tutto Miki e a presto !

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